Storie di qualcun altro

Ieri, in stazione, ho incontrato E. Veniva al liceo con me. Era un ragazzo simpatico, un po’ sulle nuvole. Aveva un’espressione un po’ svanita e la battuta sempre pronta. Mi chiamava con un nomignolo stupido che storpiava il mio nome ma io non me la prendevo. Poi al terzo anno la sua famiglia decise di trasferirsi a Dublino. Ricordo che la notizia mi sconvolse: come si poteva ricominciare tutto daccapo in un posto così diverso?

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Prima della sua partenza organizzammo una specie di festa a sorpresa in un locale vuoto nella piazza del suo paesino. Non ci torno da allora. Se qualcuno mi chiedesse di rifare la strada per andarci non saprei letteralmente che via prendere. Eppure parliamo di una frazione, giri due volte a destra e sei di nuovo in centro. Ad ogni modo ricordo che eravamo in tanti: noi della scuola più tutti i suoi amici del paese, la sua famiglia. Era pieno di regali. Anche noi gliene comprammo uno, e poi scattammo una foto di classe su cui uno di noi scrisse una cosa come CI MANCHERAI TANTISSIMO..o qualcosa del genere. Non scorderò mai quella serata, né la sua espressione quando ci vide tutti insieme là per lui. Dev’essere una cosa stupenda suscitare tanto interesse in così tante persone. Dopo un po’ i ragazzi scapparono fuori, nel freddo della piazza, per battezzare il pallone di cuoio, regalo della classe, e si trascinarono dietro anche E. Quando poi vennero a prendermi l’avevo ormai perso di vista e così non riuscii a salutarlo. Mi ricordo che a casa scoppiai in un pianto pieno di nostalgia. Cose così mi hanno sempre fatto tanto effetto, anche se non eravamo poi così amici. Solo compagni di classe. E ieri, dopo non so più quanto tempo, l’ho rivisto al bar della stazione, pieno di valigie e con gli occhi lucidi. Piangeva come un bambino, non voleva andar via. Ci siamo subito riconosciuti e salutati, anche se è stato come parlare con un estraneo che ha qualcosa di familiare nelle linee del volto, nelle parole. Un po’ di convenevoli, i soliti che fai ora?, li vedi ancora gli altri?, poi mi ha presentato la sua ragazza ed è stato strano sentirmi presentare come “S., che stava in classe con me”. Non lo sentivo dire più da anni. Alla fine, salutandoci, abbiamo involontariamente sospirato entrambi con aria un po’ scioccata (solo un po’) e lui mi ha detto “E’ strano..”.

Mi è capitato spesso in questi anni di pensare a lui e alla sua storia, anche se alla fine non ne so quasi più niente. Ma col tempo è entrato a far parte di un mio archivio mentale in cui tengo tutte le persone e le storie che per un motivo o per un altro mi hanno colpita. Così ho finito per idealizzare tutto così tanto che avrei quasi voluto dirgli qualcosa che potesse confortarlo, che potesse sollevarlo da quella tristezza. Ovviamente non l’ho fatto: tra la vita nella mia testa e la vita reale c’è una grande differenza. Però posso dire che l’ho invidiato. Ho invidiato il modo in cui lui e sua madre si scambiavano il piccolo fratellino, che voleva sempre stare in braccio a qualcuno. Ho invidiato quel suo lasciarsi andare al pianto davanti a lei, senza essere deriso o ripreso, con naturalezza. Ho invidiato quelle lacrime. Le mie sono sempre nascoste, rubate. Sono sempre lacrime di solitudine, di insicurezza, di incomprensione. Le sue invece erano il frutto di un legame che io non ho potuto sentire mai, come se le mie radici fossero cresciute troppo deboli.. Erano il simbolo di un senso di appartenenza profondo e viscerale, che ti fa parlare della gente del tuo paese come se avessi ancora sedici anni, che ti fa sentire la necessità, la possibilità…la bellezza di ritornare a casa.

Certe storie ti restano impresse, a volte così tanto che si finisce per stravolgerne il senso, per distruggerle e ricostruirle a nostro piacimento come se fossero scene di un film da assemblare.  Quello che viene fuori è un mix di verità e fantasie in cui la vera vita dei soggetti, quella quotidiana, non è più contemplata. Diventa qualcosa di astratto, fermo nel tempo. Quasi un ricordo, che sentiamo nostro anche se non ci appartiene. Vi è mai successo di affezionarvi alla storia di qualcun altro?

S.

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5 comments

  1. Da bambina e da adolescente ho dovuto subire tanti cambiamenti, a volte è stato come se il cuore mi fosse strappato via e fosse rimasto a morire nei luoghi e con le persone che avrei perduto per sempre. Sì, mi sono portata dentro storie e ricordi che ho continuato ad elaborare da sola fino stravolgerne il significato. Qualche volta ho tentato di contattare gli amici di un tempo per scoprire che NON ERANO PIÙ LE STESSE PERSONE.

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