Le certezze della vita

Stasera vi voglio raccontare la storia di quel tizio che morì aspettando. E..si, lo conoscete. E’ il tizio più conosciuto del mondo. 

Buonanotte..

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un Tizio. Uno di quelli fissati con le cose, pieno di certezze. Passava la vita a dire cose come “non si parla con la bocca piena!” o “se tiri un capello bianco ne crescono altri sei!“, e tutti lo ascoltavano per il gusto di sentirne un’altra delle sue, sebbene, con quell’aria convinta e gli occhi molto aperti, sembrasse sempre il più saggio. Tanto era sicuro delle sue certezze che ci aveva costruito una vita. Così come avrebbe scommesso un braccio sulle piccole verità dei proverbi di paese, allo stesso modo credeva ciecamente alle grandi luci dell’esistenza: l’amore, l’amicizia, l’empatia, la fede. Le considerava punti di riferimento, quasi dei passaggi obbligati nella vita di un uomo, quel genere di passaggi piacevole, per cui vale la pena aspettare fino all’ultimo giorno. Nella sua sconsideratezza il Tizio aveva sempre creduto che solo una cosa potesse aprire la via per quelle luci: la pazienza. Perciò egli pazientemente attendeva, risalendo le scalinate del paesino fino alle vie spaziose e piane, che la sua bella si appoggiasse un po’ al suo braccio, per la stanchezza o per capriccio, lasciandosi portare più vicino. Attendeva che l’amico, in un giorno qualunque, un giorno senza passioni amare da condividere,  gli concedesse di sentirsi il prescelto, il migliore in mezzo a un mucchio di conoscenze, per quell’attitudine alla comprensione tante volte messa a frutto, per quel qualcosa -chissà cosa fosse- che l’aveva attirato della mente del Tizio. Egli attendeva, non sapeva neanche lui come. Continuava a farlo perché era abituato, perché conosceva un’unica maniera di vivere, e non gli pesava. Sapeva che, senza pretendere, un giorno avrebbe ottenuto di essere felice, perché il pensiero che uno di questi doni potesse arrivare in un momento qualunque, con un gesto spontaneo, gli permetteva di andare avanti. Sapere che quella felicità poteva esistere era il solo appiglio di cui avesse bisogno.

Il giorno arrivò, con più violenza stavolta, e il Tizio scese in strada deciso a raccogliere un altro po’ di pazienza per andare un altro po’ più avanti. Ma risalendo le scalinate, al suo fianco la bella non era per niente stanca e, lasciando il suo braccio, saliva spedita e dritta, con disinvoltura e spensieratezza, mentre il Tizio si appoggiava alla pesante ringhiera di ferro per non sentire quell’improvviso vuoto. In un attimo, si sentì stanco.

Arrivò il sole alto e la voce dell’amico si alzò in mezzo al mucchio. Raccontava di un Tizio che aveva fatto delle sue piccole certezze una religione, e tutti lo ascoltavano per il gusto di sentire un’altra di quelle storie stravaganti e piene di niente. Sembrava il più saggio. Il Tizio crollò sul primo scalino distrutto dal tempo. Sentiva che anche lui a poco a poco si sgretolava.

Alla sera, dopo la stanchezza e il pianto, il Tizio diventò uno tra i tanti.

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