Mulini a vento

Mi sono accorta del tempo che è passato quando ho smesso di sorridere davanti alle vetrine delle librerie.

Gipi.

Nella mia lista delle cose da fare almeno una volta nella vita c’è anche scrivere un libro. Non so perché.. Non è vero, lo so il perché. Ho sempre pensato che prima o poi avrei sputato fuori tutto il rancore che ho dentro, la rabbia, il senso di solitudine adolescenziale, i rimproveri alle persone che ho intorno, la nostalgia per la vita che avrei voluto..tutto in un libro che mi avrebbe finalmente riscattata, che avrebbe distribuito spiegazioni, insulti, ma anche sogni, speranze, la parte di se stessi che non viene mai fuori. E’ una vita che penso di scriverlo e non l’ho ancora mai fatto. Mi prendo in giro raccontandomi che un libro è una cosa troppo grande. Come si fa a sedersi e scrivere un libro? Da dove dovrei cominciare? Ci sono troppe cose da dire, troppi scenari potenzialmente “giusti”, troppi alter ego cresciuti nella mia testa, troppi pensieri inespressi. E che titolo dovrei dargli? Qualcosa di evocativo, che rimandi al messaggio, o semplicemente un nome, una frase banale, che attira curiosità.. Mi prendo in giro e la verità invece è che non sopporterei di convivere con me stessa. Sarebbe una bella soddisfazione farmi conoscere fino in fondo, dire finalmente come la penso, essere me stessa fino alla fine, stampando su carta i miei discorsi vuoti. Ma. Forse sono troppo vigliacca, ho paura di quello che potrebbe venirne fuori. Certo, non deve essere piacevole ritrovarsi in situazioni alla Harry a pezzi.  Il fatto è che certi dolori, certi –mio dio– sentimenti, sono diventati così profondamente miei..che metterli in un libro, con un titolo, una copertina, un editore, un numero di pagine, correggerli, adattarli al mercato, pubblicizzarli e piazzarli su un espositore in vetrina, mi sembrerebbe una violenza. Una violenza su una parte della mia vita che, anche se vuota e insensata, è mia. Mia e basta. Me la porto dietro ogni giorno. Come potrei fare una cosa del genere? Il senso di colpa mi divorerebbe. Quando ho capito questo ho cominciato a pensare ai ricordi, ai dolori e alla solitudine di chi invece è riuscito a farcela, di chi dopo il primo libro ha cominciato a scriverne altri. Come fanno queste persone a sentirsi ancora se stesse? Riconoscono ancora quei ricordi, quei pezzi di vita, o diventano solo un’altra versione dei fatti, la versione più conosciuta? Come cambia il loro rapporto con le cose che ficcano nei libri che scrivono..le sentono ancora vere,autentiche..ricordano ancora come è stato viverle?

Io sono così legata perfino a ciò che mi fa soffrire, che separarmene sarebbe come restare senza casa mia. 

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8 comments

  1. Potresti mettere tutto quello che hai dentro in un libro, senza preoccuparti di titolo, editori, correzioni, ecc. facendo solo finta che poi qualcuno potrebbe leggerlo. Potresti farlo per te. Sono moderatamente certo che non saresti presa da nessun senso di colpa. L’importante è che mentre lo scrivi tu faccia finta che qualcuno lo leggerà. Magari lo rileggerai solo tu tra vent’anni, oppure la storia sarà differente, l’unica cosa importante è non trattenere niente.

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  2. Parlo per mia esperienza e non pretendo che valga per te o per altri. Quando scrivo un libro, mi viene in mente una storia, non tutta, solo una certa parte e i personaggi principali (uno, due): glia altri nascono al bisogno, evocati dalla trama che si dipana. Poi, giorno per giorno, il subcosciente subdolo e scaltro dà anima ai personaggi, a poco a poco mi accorgo che una sono io, l’altro è un vecchio amore, ma è solo un esempio. Il libro mi incalza e per vie traverse, mentre si scrive quasi da solo, spesso dandomi una certa sofferenza, mi racconta, racconta chi mi sta intorno, e porta fuori zone in ombra e in penombra, È un’esperienza forte, che vale al pena di essere vissuta. Ogni libro è autobiografia, senza averne l’apparenza.

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