I silenzi importanti.

 

“Non mi piace parlare di me”. Ogni volta questa frase mi è sembrata una forzatura, un tentativo di sembrare oscuri e tormentati, un farsa.

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Io ho sempre chiacchierato un sacco. Da piccola non mi fermavo mai, ero una radio. I miei genitori erano sfiniti e io raccontavo di tutto, assorbivo tutto ciò che si diceva in casa e poi spiattellavo le cose più imbarazzanti davanti a parenti, amici, nemici, con estrema tranquillità mentre loro si sforzavano di dissimulare l’imbarazzo. Crescendo mi sono tuffata a pesce nelle grandi discussioni sulla vita, sull’amore, sul “siamo giovani ma abbiamo dei diritti!“, sul “puoi cambiare il mondo un po’ alla volta se ci credi!“. Tsunami di parole. Parecchie cazzate. Ogni tanto qualcosa di serio. Dicevo “non mi va di parlare”, poi puntualmente mi contraddicevo, e parlavo. Mi dicevano “cosa c’è che non va?” ed era come se qualcuno potesse svitare tutte le valvole allagando il mio cuore come dopo il crollo di una diga. E via.. la lingua mi si aggrovigliava in mille salti carpiati e giravolte mortali. Ancora oggi è così. Faccio fatica a non raccontare di me, principalmente perché quando conosco qualcuno che mi sembra affidabile, il mio cervello mi dice “fatti conoscere, condividi”.  Ma condividere che? Dove le trovo le parole? Da ragazzi si parla un sacco e da adulti sempre meno. Ci si abitua al silenzio perché non si ha più voglia di trovare le parole giuste per dar voce alla rabbia o all’esaurimento, perché non si sa più cosa dire quando capiamo di Amare o quando ci commuoviamo per una sottile tenerezza, perché siamo stanchi di pensare. Ci si abitua a non parlare più. Chissà come, ma ci abituiamo a tenerci dentro le parole che prima esplodevano fuori come proiettili, perdiamo la capacità di sviscerare le cose come ci piaceva fare un tempo. Ci fermiamo, proviamo a spiegarci, ci arrendiamo, lasciamo che uno sguardo lanci un messaggio sperando che arrivi, addossando a questa speranza la responsabilità di un chiarimento, di una presa di posizione, di una frase romantica, di un rimpianto.  Niente più “restiamo a parlare fin quando non risolviamo, fosse anche fino a stanotte“, niente più “prova a spiegarti, proverò a capirti”. Che meraviglioso, terribile meccanismo. Profondamente umano. La forza di quello che viviamo ci cambia in un modo così paradossale..è come se l’esperienza ci rendesse sempre più inadatti alla vita, sempre meno pronti per ciò che ci aspetta. Ecco che capisco quella voglia di non volersi raccontare. La comprendo, anche se ne sono ancora fuori. Continuo a scrivere, ad assorbire e spiattellare. Mi preparo per i giorni in cui il silenzio mi contagerà, spazzando via i miei discorsi pieni di niente.

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11 comments

  1. E’ un pensiero intenso quello che hai condiviso. Mi è piaciuta molto la frase “è come se l’esperienza ci rendesse sempre più inadatti alla vita, sempre meno pronti per ciò che ci aspetta”. E’ tutto molto vero, ma, nel contempo, proprio la condivisione di un pensiero come quello tuo di oggi, ne depotenzia portata e pesantezza, a favore di una speranza a cui personalmente credo molto. Forse il silenzio non riuscirà a contagiare tutte le persone nel suo mirino.

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  2. Ah ecco, mi sembrava. Anch’io “ne sono ancora fuori. Continuo a scrivere, ad assorbire e spiattellare.” E la mia bio si allunga ogni volta che scrivo altri tre articoli. Grazie per essere passata dal mio blog. passerò spesso dal tuo 🙂

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  3. No, i tuoi discorsi non sono pieni di niente, anzi. Penso che chiunque legga questo tuo post si possa immedesimare. Per esempio prendi la paura che si prova quando chiedi a una persona di uscire. C’è la paura del rifiuto, certo, ma è solo un rifiuto, magari più avanti dirà di sì. Ecco a volte credo che rischiare sia l’unica scelta possibile soprattutto se si vive in una metropoli come Londra. Certo a volte ci si deve leccar ferite, ma senza troppi rimpianti. Parlare è molto importante e io l’ho riscoperto ultimamente.

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