Il mondo 1.0

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Ho avuto il primo cellulare in terza media. Ricordo ancora come andò: ci sarebbe stata una gita perciò per la prima volta sarei stata fuori tutto il giorno, dalla mattina presto alla sera tardi, in assenza dei miei genitori. Motivo per cui mi passarono il telefonino che era stato di mio padre. Era un ericcsson con lo sportellino, l’antenna rigida e lo schermo più piccolo del mondo ma a me sembrava un oggetto magico. Aveva l’odore delle cose tecnologiche, era una porta aperta verso l’indipendenza ed era mio. Passai tutto il viaggio di ritorno ad agitarlo come una matta nel buio dell’autobus per creare l’effetto scia luminosa. Da quel giorno è iniziato uno splendido periodo di sms scritti alla velocità della luce, magari sotto le coperte o a scuola, sotto il banco. Ricordate quella specie di enciclopedia delle faccine? Se ne potevano fare a decine, con tutti i segni della tastiera. E gli squilli? Uno era d’obbligo subito dopo aver inviato il messaggio. Ma ce n’erano molti altri e ognuno significava “ti penso”. Memories.. Adesso odio anche solo il pensiero di avere un cellulare. Lo detesto. Me lo porto sempre dietro, ovunque. Non riesco a staccarmene e la mia mano destra sta prendendo la forma del telefono. Ogni squillo mi fa saltare in aria, specialmente di mattina. Sarebbe impensabile dimenticarlo a casa o spegnerlo. Io credo di non aver mai posato il telefono negli ultimi 13 anni. Questo triste pensiero mi porta a fantasticare spesso su quell’era lontana e dimenticata in cui i cellulari non esistevano (non esistevano, ve lo ricordate?) e si facevano file di un’ora per il telefono pubblico, (quando nessuno attaccava la gomma da masticare alla cornetta e nessuno usava la cabina come toilette). Facevi la fila se c’era gente, facevi la tua telefonata ed era fatta. Libera. La tua missione era notificare la tua posizione, vera o falsa che fosse, e il tuo stato di salute. Per il resto la giornata era tua. TUA! Non avevi l’obbligo di rispondere ai messaggi su whatsapp, non avevi mille suonerie diverse per ogni numero oppure la paura di non sentire la vibrazione, non sentivi la necessità di fotografare ogni raggio di sole, ogni paio di scarpe, ogni make up del giorno, ogni panorama per poi modificarlo con i filtri di instagram. Serviva solo una scheda telefonica (a me piacevano per via dei disegni che c’erano sopra e mio fratello le collezionava 🙂 ) e un po’ di pazienza. Parlare al telefono sembrava anche più bello. Adesso mi sembra una prigione. Ma sarà il cinismo delle nuove generazioni che mi contagia. Chissà. Forse, se avessi trascorso la mia adolescenza nell’era in cui il telefono pubblico era davvero pubblico, mi sarei lamentata della lentezza nelle comunicazioni e avrei sognato a occhi aperti un oggetto fatato che mi avrebbe permesso di ascoltare la voce del mio amore dell’epoca (mon dieu..un’epoca!) a qualsiasi ora. Non so. Ci lamentiamo quando non abbiamo qualcosa e ci lamentiamo quando ce l’abbiamo. Ma mi sono accorta di averci pensato spesso..

Ammetto che è stato carino ricordarmi del momento dell’autobus.. Spero di non essere stata la sola a fare una cosa così scema 🙂

 

 

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5 comments

  1. anche io ho avuto un telefonino del genere, era un Motorola e la sua antenna somigliava di più a una canna da pesca….
    Oggi si assiste invece a scene di eterno attaccamento del telefono all’orecchio (quasi una ventosa) e lo usano in ogni circostanza, perfino alla guida dell’auto.
    Dove vogliamo arrivare?
    un caro saluto

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  2. Premetto che mi è piaciuto molto lo stile con cui hai affrontato l’argomento. Tra l’altro sono deliziato dall’acuto sarcasmo con cui hai raccontato il tuo rapporto con il cellulare. Brava.
    Io sono un esponente della generazione che fruiva delle cabine telefoniche, infatti, il mio primo telefonino risale al 1990. Fu per necessità. Era nato il mio primo figlio ed essendo sempre in giro per lavoro, sentii il dovere di rendermi reperibile nonostante il pargolo godesse di ottima salute. Ricordo distintamente anche lo sbigottimento alla prima bolletta: 900.000 LIRE (avendo versato 500mila di anticipo conversazioni). Il mio stipendio di allora si aggirava sul 1.700.000 LIRE! Quel telefonino era grande quanto un citofono e pesava più di mezzo chilo. Tant’è che, estratto dalla plancia dell’automobile e messo in tasca, faceva da contrappeso agli scossoni da tramontana.
    Ne sono rimasto schiavizzato, come tanti, lo ammetto. Negli anni a venire, ho tentato di mantenere un rapporto distaccato, tipo “ti voglio bene” ma “non ti amo” e “ti prometto che qualche volta usciamo insieme”. Niente da fare. Dapprima estensione della mia irrefrenabile voglia di comunicare, entusiastica traduzione in pratica del “mi puoi trovare ovunque e a qualunque ora”, è diventato, poi, il mio incubo peggiore anche perché ne ho avuti decine come dotazione aziendale. Ancora oggi ne pago le conseguenze. E se provo a spegnerlo, mi ritrovo sepolto da tonnellate di avvisi e messaggi in whatsapp, sms, twitter, facebook e, infine, email. Ho scritto in un mio post che mai avrei immaginato che la mia generazione si sarebbe accapigliata per assicurarsi l’ultimo modello di iPhone. Be’, l’abbiamo fatto. Consapevolmente e perversamente abbiamo rinunciato alla privacy, cui fieramente eravamo votati prima del “villaggio globale”. Abbiamo guadagnato l’universalità della comunicazione ma ci abbiamo rimesso nei rapporti personali, intendo quelli diretti, occhi negli occhi.
    Senza telefonini parlavamo di più di persona e non eravamo costretti a reinventare l’Italiano, consegnandolo in ostaggio ai correttori automatici o alla brevità, ahimè necessaria, dei messaggi.
    Ma tornare al Mondo 1.0 significherebbe tornare nelle caverne. Chi avrebbe un tale coraggio?

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    • Chi avrebbe un tale coraggio? Nessuno. L’averci rimesso nei rapporti personali, i cosiddetti “occhi negli occhi”, è il prezzo da pagare per sentirsi più protetti dagli occhi indagatori, dalle bocche che feriscono. Le persone hanno rinunciato alla spontaneità per ripiegare su conversazioni costruite al riparo da uno schermo e che ci fanno sembrare sempre più intelligenti, più spontanei di quanto in realtà siamo. Nessuno avrebbe il coraggio di tornare indietro.. Quello sarebbe un mondo troppo pericoloso, troppo esposto per noi. Abbiamo dimenticato come si fa.
      Grazie mille per questo splendido commento e per i complimenti 🙂

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